PRIMO TEMPO.
Si parte, si parte — e il riff non entra, c’era già. Ron Asheton apre con tre note e un bicordo, fuzz al massimo, presa larga, e la prima cosa che senti non è la melodia: è l’attrito. Il blues è ancora lì sotto ma spolpato, privato di variazioni e domande. Scott Asheton dietro tiene la linea con quattro quarti secchi e marziali, mentre il basso di Dave Alexander resta incollato alla tonica, immobile come un cronometro. Questa è una squadra che non fa possesso: spazza.
Entra Iggy. E lo fa come uno che è già stufo del primo tempo. No fun — lo dice, non lo canta, lo constata. Signori, qui non c’è una richiesta d’aiuto: c’è un referto medico. Ha ventun anni e la dizione è piatta, il fraseggio arriva sempre un filo dietro al beat. Quel ritardo è la cosa più espressiva del pezzo: l’anestesia. Il pubblico che si aspettava un ritornello resta lì con la sciarpa in mano.
Secondo tempo, e qui succede. Il pezzo si apre, la difesa si scioglie, ed è l’anti-assolo di Asheton: non svolge, non costruisce, insiste. Sbatte contro la stessa manciata di note per due minuti, usando la chitarra come timbro e non come discorso, mentre John Cale — in regia, uno che veniva dal drone dei Velvet Underground — fa in modo che la stasi resti tale, senza addomesticarla. Non succede niente. È esattamente il punto. Il vuoto viene suonato.
Recupero. Rientra la voce ridotta a un richiamo secco, un “come on” ripetuto, la spinta finale di uno che chiama palla sapendo che non gliela darà nessuno. Nessuna cadenza, nessun ritorno: il pezzo non chiude, si consuma.
Novantesimo: zero a zero. E dieci anni dopo, i Sex Pistols la rifaranno per dirci che quel pareggio era una vittoria.


