Sto preparando il pollo ai ferri quando arrivano le voci dei vicini: «Ok la musica, ma ascoltarla tutto il giorno a che serve? Questo è uno psicopatico». Sullo stereo c’è Gas: un’orchestra campionata che si ripete all’infinito sopra una cassa sorda e lontana.
D’inverno portavo i pacchi Amazon a Santa Marinella, con un turno fisso pomeridiano. Un posto desolante e vuoto, che poteva essere la periferia di una grande città come Roma, e in effetti lo è. Tra una consegna e l’altra guidavo per strade senza traffico. Nel furgone giravano Pan•American, Loscil, Deepchord e Yagya, e in quella musica ritrovavo lo stesso straniamento che avevo intorno.
Dub techno ambientale, cioè..: techno rallentata, reggae e dub che si allargano in riverberi... tende all’ambient ma resta ipnotica, con una pulsazione sotto che non ti lascia mai del tutto.
La sua storia comincia a Detroit, all’inizio degli anni ‘80, in una città industriale che si stava svuotando. Alla radio un DJ che si faceva chiamare The Electrifying Mojo mescolava Kraftwerk, Prince, i Parliament-Funkadelic e la new wave inglese. Tre ragazzi di Belleville, Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson, crescono ascoltandolo. Derrick May avrebbe poi descritto la loro musica come George Clinton, il leader dei Parliament-Funkadelic, e i Kraftwerk chiusi nello stesso ascensore. Atkins la chiamò techno, prendendo l’idea da un libro di futurologia, The Third Wave di Alvin Toffler.
Poi la techno attraversa l’oceano e arriva a Berlino, appena riunificata. Nel 1991 apre Tresor, un club ricavato nel caveau di un vecchio grande magazzino, ed è lì che Detroit e Berlino si incontrano. Nel 1993 Moritz von Oswald e Mark Ernestus fondano Basic Channel: vinili quasi anonimi, pochissimi elementi e un’eco che arriva dritta dal dub giamaicano di Lee “Scratch” Perry e King Tubby. A Colonia Wolfgang Voigt, con Studio 1 e poi con Gas, porta quel suono fuori dalla città, nel bosco, verso l’ambient di Brian Eno. Da lì si spande ovunque. Deepchord lo riporta a Detroit e Yagya lo porta sotto la pioggia islandese. Loscil lo porta a Vancouver, dove dedica un intero album ai sottomarini, compreso il Kursk.
Pan•American l’ho visto anche dal vivo. Alle sue spalle scorrevano immagini urbane ed extraurbane, strade, periferie, campi, e mai una persona. Era desolante, ed evocava la solitudine contemporanea con precisione, anticipandola di una ventina d’anni almeno.
Dopo il 2010 quel filone si sfilaccia. Una parte scivola verso Manchester e Londra e si fa più scura, con Andy Stott e l’etichetta Modern Love, mentre Burial aveva già raccontato la città notturna e vuota. Un’altra parte si allunga in brani ambient da venti minuti. Wolfgang Voigt torna come Gas nel 2017, dopo diciassette anni. La musica continua, ma perde il suo centro e soprattutto i luoghi dove se ne parlava.
Qui, secondo me, Facebook ha una colpa precisa. Questa musica viveva nei negozi di dischi come Hard Wax a Berlino, nei forum, su Usenet, nei blog e nelle mailing list. Erano luoghi lenti: si scavava, si discuteva per anni dello stesso disco e ogni conversazione lasciava una traccia. Poi tutto è stato risucchiato in un feed che scorre e dimentica, dove vince ciò che fa reagire in un secondo. Un pezzo di dodici minuti senza voce e senza ritornello... c’è poco da dire.
I forum si sono svuotati e i blog hanno chiuso, e con loro si sono persi i nomi, i collegamenti e le storie che tenevano insieme questa musica. Lo streaming ha fatto il resto, trasformando l’ambient in “musica per dormire” o “per concentrarsi”.
Brian Eno diceva, più o meno, che la musica ambient deve poter essere ascoltata con attenzione ma anche ignorata.
E allora, a che serve ascoltarla tutto il giorno? Per me è una questione culturale.
Propongo qui questa playlist con tutta la sua storia, come si faceva ai tempi di Usenet, quando c’erano utenti che, a pensarci oggi, sembravano usciti dal futuro.


